Incontrollabile e vorticosa – fiume in piena che straborda e allaga marciapiedi, strade, chiese e negozi, vulcano che erutta dopo secoli di inattività – feconda e insaziabile è la vita di Modesta, nata dalla penna di Goliarda Sapienza e protagonista de L’arte della gioia. Il romanzo, scritto in circa nove anni, ha una travagliata storia editoriale. Concluso nel 1976, viene rifiutato per circa vent’anni dagli editori del tempo. Reputato scabroso, immorale e anticlericale, il testo è pubblicato in Italia due anni dopo la morte di Sapienza, nel 1996. Scabroso, immorale e anticlericale, appunto: è anche per questi motivi che L’arte della gioia, oggi, è riconosciuto come una delle espressioni più vitali e sperimentali della narrativa italiana del XX secolo, nonché come opera sfacciatamente femminista.
L’arte della gioia è un romanzo strutturato in quattro parti, ciascuna dedicata a una precisa fase della vita di Modesta. Sono tante e di difficile sintesi le storie che si affastellano durante il romanzo, specie a partire dalla metà della seconda parte, dove l’evoluzione di una vicenda intima e personale si apre a un’epica corale, scandita nel tempo e animata da personaggi e contesti in continuo movimento.
Dalla campagna siciliana, con la morte dolosa della madre e della sorella e la violenza subita dal padre, la narrazione si sposta nel convento monastico al quale Modesta viene affidata. In seguito, dopo una decina di anni, lo scenario si sposta nella villa della famiglia Brandiforti. Famiglia aristocratica a cui Modesta accede grazie al testamento della reggente del convento, Madre Leonora, tutrice della giovane protagonista fin dai suoi primi anni in istituto. Nell’antico palazzo dei Brandiforti, Modesta riesce a introdursi e a distinguersi, fino a trasformarne le dinamiche più profonde dall’interno.
Così, durante gli anni Venti e Trenta, mentre l’Italia soccombe al fascismo, Modesta si muove tra mondanità, relazioni libere da ogni legame – su tutte, quella con Carmine e la lunga e tormentata storia con la giovane rivoluzionaria Joyce – e una crescente consapevolezza politica. La casa dei Brandiforti, un tempo roccaforte di un’aristocrazia gattopardesca, diventa un luogo di ripensamento delle strutture sociali e politiche del tempo, nonché di rifugio per i perseguitati politici. Modesta cresce figli non suoi, ribalta i ruoli di genere, esorta l’amore libero da ogni convenzione morale e ribadisce la necessità di una resistenza al fascismo.
Nel dopoguerra, la protagonista aderisce al Partito Comunista, ma presto si scontra con le logiche dogmatiche e patriarcali insite in esso. Modesta conosce anche il carcere, venendo arrestata mesi prima della Liberazione. La detenzione per Modesta è il momento per riaffermare la propria fedeltà verso un’ideale di gioia perseguita nel tempo. Ideale che è, naturalmente, anche politico, esistenziale e artistico. E va da sé, inoltre, che in queste pagine de L’arte della gioia si ritrovi l’esperienza vissuta in prima persona dalla scrittrice, che raccontò i suoi – pochi – giorni trascorsi nel carcere di Rebibbia nel romanzo autobiografico L’università di Rebibbia, pubblicato in Italia nel 1983.
In una narrazione sempre più corale in cui volti, nomi e idee si accavallano fino a mescolarsi, il romanzo si chiude con una Modesta ormai anziana ma ancora lucida e attaccata alla vita. Fiera della pace raggiunta la protagonista conclude così:
Mi trovo a pensare bizzarramente che la morte non sarà che un orgasmo pieno come questo.
L’arte della gioia, Goliarda Sapienza
Sudore e fango
Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
L’arte della gioia
Sporca di fango e sudata, Modesta si presenta al mondo. Torna a casa dopo aver posato un grande bastone di legno che non sa dove lasciare. Sua madre in silenzio cucina nella stessa stanza, la sorella immobile osserva sdraiata a terra come un animale affamato. In mezzo, mosche e polvere. C’è poco colore e meno aria in questo incipit. Si intravede la miseria del sud Italia di inizio Novecento: l’opposizione tra la luce del sole cocente e la terra umida – fango e sudore, appunto – e il buio del cantone in cui la madre la domenica cucina pane con cipolle e olive è un’eco profondo della campagna siciliana di allora.
Di quella Sicilia orientale che, oltre al mare e alle distese di sabbia, conosce anche le aride altezze della montagna, i pendii scoscesi e gli slarghi che cedono a pianure dalle sembianze lunari. Ampie lande di terra nera impregnate dai profumi di zolfo e zagara e deserti macchiati da arbusti verdastri rinsecchiti dalle colate laviche dell’Etna. Perché è tra le pendici del vulcano e la campagna catanese che è nata Modesta. Come all’ombra del vulcano, d’altronde, ha vissuto anche la sua ideatrice Goliarda Sapienza, nata a Catania il 10 maggio 1924. Una madre, Goliarda, che in realtà è anche figlia e sorella minore di Modesta, nata ventiquattro anni prima: il primo giorno del secolo, l’uno gennaio del 1900. O così pare.
L’arte della scoperta
Il dato anagrafico, comunque, è rilevante. La vita della protagonista si radica nel secolo nello stesso modo in cui L’arte della gioia si lascia trascinare dai flutti della storia fino ad amalgamarsi ad essa per riconoscerne gli aspetti, criticarli, destrutturarli e riattraversarli con slancio vitale. Perciò Modesta è la figlia di un secolo che, in realtà, non può riconoscere.
Le campagne del catanese appaiono subito strette all’energia della giovane protagonista, restie agli eventi della storia e ad una conoscenza che vada al di là del proprio sguardo. Quel poco che sa, Modesta lo deve all’amico poco più grande di lei, Tuzzu. Il mare è una scoperta, confine estraneo all’immaginazione della bambina che ha avuto attorno a sé solo campagna. Anche il corpo è una scoperta. Il corpo e le sue forme, le sue terminazioni nervose: confini da oltrepassare per potersi immergere altrove. C’è dell’altro, dunque, al di là di ciò che l’occhio vede.
Solo il tempo in quei luoghi sembra non possedere confini, finché non incombe la morte. Orfana, adesso, la figlia del secolo si avvicina alle soglie della storia attraverso l’anticamera di un convento monastico: un altro non-luogo della storia. Ma la vita incede e il sangue ribolle. Modesta studia e da ogni scoperta riaffiora il mare visto attraverso gli occhi di Tuzzu: il piacere della prima esperienza e del suo ripetersi, finché presto diventa sistematico e consapevole.
Modesta l’eretica
Così Modesta, incatenata alle balaustre della vita monastica e delle sue regole morali e intellettuali, comprende la dimensione fuori dal tempo in cui risiede e l’ancora più grave, e ipocrita, detenzione di un corpo straripante di vita. Le parole con cui esprime la propria condizione in convento sono dunque ribelli e feroci:
Quelle donne non facevano nessun rumore quando ti passavano accanto o entravano e uscivano dalle loro celle: non avevano corpo. Non volevo diventare trasparente come loro. […] Avevo quella parola per combattere. E col mio esercizio di salute – ormai lo chiamavo così dentro di me -, nella cappella col rosario fra le dita ripetevo: io odio. China sul telaio sotto lo sguardo spento di suor Angelica ripetevo: io odio. La sera prima di dormire: io odio. Questa fu da quel giorno la mia nuova preghiera.
L’arte della gioia
Da questa strettoia, la morte di Madre Leonora – madre putativa della protagonista – diventa il viatico per la salvezza. Orfana per la seconda volta, con la scomparsa della suora che l’aveva cresciuta, Modesta si affaccia con piccoli e prudenti passi a un nuovo tempo: quello dei Brandiforti. Un periodo che, pur segnato dalla decadenza di una famiglia nobiliare, le concede il privilegio del libero arbitrio e l’accesso a un destino aperto, molteplice.
Modesta, la rivoluzionaria
Modesta viene condotta nell’antica residenza di campagna dei Brandiforti, dove i pochi superstiti della famiglia nobiliare si erano rifugiati per sfuggire ai bombardamenti, mentre la guerra minacciava i centri urbani.
Ancora una volta, la protagonista si ritrova immersa in un tempo sospeso, in una dimora dove parlano più le stanze vuote dei defunti che le voci dei vivi. È tra quei vuoti che riecheggia la sete di conoscenza eretica di Jacopo Brandiforti, zio defunto di Beatrice. Nella sua biblioteca, Modesta scopre la letteratura scientifica e teorie lontane dai dogmi cattolici che l’avevano accompagnata fino ad allora.
Con la morte di Gaia Brandiforti – capofamiglia e simbolo di un mondo aristocratico in declino – e grazie all’amicizia con Carlo, giovane medico giunto da Torino, nel palazzo iniziano a circolare gli scritti di Karl Marx, le idee socialiste di Antonio Gramsci, gli echi delle proteste contadine e operaie provenienti dalle campagne e dalle città, insieme ai racconti delle violenze dello squadrismo fascista. Così Modesta discutendo con Carlo dice:
– Sei triste, Carlo, tu scherzi, ma sei triste.
– Beh, diciamo che la situazione generale non è molto confortante.
– Per via di quel Mussolini? Ma tutti dicono che è solo una buffonata, vero Modesta che anche tu l’hai sentito giù a Catania?
– Sì, ma ho visto anche qualche testa rotta che non aveva affatto l’aria di essere una buffonata.
L’arte della gioia
L’arte della gioia di Modesta
Così, quella che appariva l’ennesima custodia dal reale diventa adesso il luogo in cui Modesta può ripensare al mondo di cui non fa parte. E di cui, adesso, non vuole più far parte, lontana dalle ipocrisie borghesi, riluttante nei confronti della cieca religione cattolica come della mistica proletaria invocata dai compagni di partito. Al centro, a essere proclamata è una vita che non può essere placata in alcun ordine precostituito. Gli scontri con Carlo prima e con Joyce poi sono indicativi dell’insofferenza di Modesta nei confronti di un marxismo che si esprime o nel dogmatismo o nel riformismo. In questi passaggi del romanzo le parole della protagonista danno sfogo al pensiero della sua autrice, cresciuta tra gli ambienti del socialismo rivoluzionario del primo Novecento.
Quella di Modesta potremmo definirla un’anarchia femminista che trascende il tempo in cui è collocata. Non si tratta di ignorare la storia, ma di interpretarla e domarla. Dove la vita si espande, infatti, c’è sempre un’esistenza da rivoluzionare. Così L’arte della gioia di Goliarda Sapienza è diventato nei suoi nove anni di scrittura, un implacabile romanzo-fiume di un’umanità radicata – e sradicata – nel tempo. L’omicidio dei padri – e, in tal caso, delle madri – diventa la rivendicazione di una libertà da ricercare e conquistare per il soddisfacimento di ogni piacere individuale e collettivo. Così la voce di Goliarda Sapienza, per troppo tempo inascoltata, ci invita a partecipare con Modesta alla rivoluzionaria, sacrilega, immorale e anticlericale pratica dell’arte della gioia.