Per puro caso, nell’arco di poche settimane ho visto tre film uniti da un filo rosso che sembra essere la necessità di demolire l’immagine del mondo accademico, del movimento MeToo, dell’ideologia Woke e della borghesia liberal (americana?). Diversi altri temi intrecciano After the Hunt, l’ultimo film di Luca Guadagnino, il debutto di Eva Victor, Sorry Baby, e un lavoro più datato di una regista del momento, Una donna promettente di Emerald Fennell – di cui si aspetta spasmodicamente “Cime tempestose”, in uscita tra pochi giorni.
Una premessa doverosa: l’articolo conterrà spoiler sulla trama dei tre film menzionati.
After the Hunt, il film di Guadagnino lascia più interrogativi che risposte
After the Hunt – Dopo la caccia, il film che Luca Guadagnino ha portato a Venezia nel 2025, con un cast hollywoodiano, sceglie l’ambientazione accademica per indagare sul perbenismo (i più trendy direbbero la cultura woke) e l’ipocrisia di una certa borghesia liberale dopo il MeToo.
Tutti i personaggi appartengono a una classe media di intellettuali benestanti. Ci sono Alma (Julia Roberts), stimata docente di filosofia a Yale, e suo marito, lo psicologo Frederik (Michael Stuhlbarg), che sembra essere l’unico a vedere e chiamare le cose con il loro nome. Il collega di Alma, Hank (Andrew Garfield), suo ex amante che, pur essendo più giovane, è in lizza con lei per un posto di ordinario all’università. C’è la dottoranda Maggie (Ayo Edebiri), che Alma segue come tutor.
L’incidente scatenante avviene dopo una serata da Alma e Fred e ci viene raccontato – in modo opposto – dai protagonisti. Maggie, sconvolta, confessa alla sua tutor di aver subìto molestie sessuali da Hank; lui l’accusa di essersi inventata tutto per deviare l’attenzione dalla tesi copiata.
Ben presto, il film sposta il focus dal trauma al suo racconto: a come viene riportato, creduto, smentito, strumentalizzato anche a partire dal vissuto dei singoli personaggi. Dall’episodio – che appositamente non viene mostrato – l’attenzione si rivolge alla sua narrazione. E in definitiva, neppure questa ha più importanza: l’epilogo ci mostra Alma e Maggie cinque anni dopo l’accaduto. Entrambe sono professioniste affermate. Tutte e due, probabilmente, hanno tratto beneficio da quell’esperienza.
Una voce fuori campo conclude il film: è il “cut” di Luca Guadagnino a sottolineare che, in fondo, abbiamo assistito a una messinscena. Con una regia raffinata e un cast di primissimo ordine, certo, ma pur sempre una messinscena.
È una visione che intriga ma può lasciare interdetti, in sospeso. Infatti ha diviso la critica: alcuni hanno osservato come il film lasci in definitiva tutte le questioni in sospeso. Immagino gruppi di amici all’uscita dalla sala che si confrontano sulle rispettive opinioni. E non è forse questo il compito del cinema? Spingere a interrogarsi sul significato del finale, su certe scelte di regia, su alcune inquadrature che sembrano interpellare direttamente lo spettatore?
Il consiglio di Julia Roberts: Sorry, Baby e una regista da tenere d’occhio
Come buona parte del pubblico, anch’io sono rimasta incuriosita dal consiglio che Julia Roberts ha dato dal palco dei Golden Globes l’11 gennaio: “Eva Victor, sei il mio idolo. Se non avete visto Sorry, Baby, correte a vederlo”. Se lo dice Julia Roberts, chi sono io per non precipitarmi al cinema? Quello che non immaginavo è che mi sarei trovata di fronte quasi a un prequel di After the Hunt – Dopo la caccia.
Sorry, Baby, è l’esordio della regista francese naturalizzata americana Eva Victor, che a soli 32 anni ha scritto, diretto e interpretato la protagonista del suo film. Non è una storia semplice da digerire e ha un duplice filo rosso che lo collega a quello di Luca Guadagnino: il trauma al centro del discorso e l’ambientazione accademica.
Agnes (Eva Victor) è una giovane e stimata docente di un remoto college del New England, Usa. La visita della sua migliore amica Lydie (Naomi Ackie), che le annuncia di essere incinta, riapre un trauma di alcuni anni prima, raccontato attraverso una serie di flashback. Anche in questo caso, la violenza ci viene nascosta: mentre Agnes entra a casa del suo relatore di tesi, noi restiamo fuori. Le ore passano, con una progressione fra giorno e notte che ricorda i quadri di Vilhelm Hammershøi.
Quando esce, in fretta e furia, senza neppure allacciarsi gli scarponi, la protagonista è sotto shock.
Gli effetti di quel trauma, le dinamiche di potere che “congelano” Agnes in un’esistenza vissuta “da spettatrice”, sono raccontati con uno sguardo intelligente, a tratti ironico, che sconfina nella satira sociale. Perfino i capitoli che scandiscono la narrazione, “L’anno del panino”, “L’anno delle domande”, “L’anno della neonata”, hanno una struttura che ricorda Friends. Come in After the Hunt, c’è una riflessione arguta sulle dinamiche di genere e sulle distorsioni del movimento MeToo, rivelando una narrazione articolata, che – di nuovo – apre alle domande.
Emerald Fennel e Una donna promettente
Emerald Fennel offre una lettura diversa di alcuni di questi temi in Una donna promettente (A Promising Young Woman, 2020), da lei scritto e diretto, ora in streaming su Prime Video.
Cassie (Carey Mulligan) è un’ex studentessa di medicina che ha mollato gli studi dopo una violenza sessuale subita dalla sua migliore amica durante una festa al college. Cristallizzata negli anni dell’università, con una vita che scorre tra il lavoro dietro al bancone di un bar e la cameretta a casa dei genitori, Cassie si vendica sull’intero genere maschile: una sorta di vendicatrice sexy che adesca uomini per umiliarli.
Anche la storia d’amore con un vecchio compagno di corso si rivela un’illusione quando Cassie scopre che quel ragazzo aveva assistito all’aggressione, senza intervenire. La protagonista torna così alla sua missione primaria: la vendetta contro un sistema accademico immobile e gli autori di quella violenza, fino al sacrificio più estremo.
Nonostante i riconoscimenti – l’Oscar alla sceneggiatura e le candidature come miglior film e miglior regia – il racconto di Emerald Fennel appare decisamente meno sfaccettato dei film di Guadagnino e Victor. Sembra più pensato per provocare che per innescare una riflessione: i ruoli sono ben definiti e chiari fin dall’inizio. Nonostante un’apprezzabile ironia di fondo, non c’è sviluppo dei protagonisti e l’analisi resta sulla superficie. Salvo il grande colpo di scena alla fine del secondo atto, il film si rivela piuttosto evanescente.