Nella carne: David Szalay e il ritratto di una mascolinità primordiale
Paratassi e reticenze: su ritmi claudicanti e abissali vuoti procede la scrittura di David Szalay, autore del romanzo Nella carne, vincitore del Booker Prize 2025. Protagonista della storia è István, che conosciamo in età adolescenziale. István vive con la madre in un quartiere popolare di una cittadina dell’Ungheria in cui si era da poco trasferito e non sembra aver chiaro come porsi di fronte a una ragazza presentatagli da un compagno di scuola.
- L’adolescenza di István e il suo rapporto con il desiderio
- Nella carne: la trama del romanzo di David Szalay
- Londra e la scalata sociale di István
- Il brutalismo letterario di David Szalay
- Lo stile narrativo di Nella carne: una scrittura scarna
- Nella carne e il successo dei bookclub
- La tecnica narrativa di David Szalay: il fuori campo
- István è davvero un protagonista passivo?
- Il silenzio e le difficoltà di comunicazione di István
- Il corpo come strumento di conoscenza
- Nella carne e la rappresentazione della mascolinità
- Virilità e potere nel romanzo di David Szalay
- Nel nome del padre: la figura paterna in Nella carne
- Nella carne: una storia umana
L’adolescenza di István e il suo rapporto con il desiderio
L’episodio, il primo del romanzo, suscita una certa tenerezza. In realtà, mostra in maniera significativa alcune costanti del coming of age di István. Questa prima, goffa adolescenza è infatti solo la prima di una lunga serie di soglie che il ragazzo attraversa senza mai del tutto scegliere di farlo. O, forse, scegliendo sempre, in un modo così inerte, così distante dalla manifestazione di un afflato di volontà da farlo sembrare destino.
Poche pagine dopo, il quindicenne István intreccia una relazione con la vicina di casa, una donna di quarantadue anni che lo seduce e lo inizia al sesso.
Non la guarda. Fissa il pavimento e l’orlo sfrangiato del tappeto.
Se la guardasse, vedrebbe che gli sta sorridendo. Ma non la guarda. Non vuole vederla. Prova vergogna e anche una specie di orrore al pensare di aver fatto quel che ha fatto con una vecchia e brutta come lei.
Così leggiamo; eppure, quando lei gli chiede se può baciarlo, lui risponde sempre con un okay. Un bisillabico consenso che che è il leitmotiv di un’esistenza scandita dai ritmi di una narrazione sincopata, guidata da dialoghi serrati e sospesa sui silenzi.
Qualcosa in lui sembra volerlo.
Argomenta al contempo l’autore. István in effetti si lascia attraversare con la vicina, lascia che il suo corpo incerto e ineducato si formi su di lei. Fino al fatale “ti amo”, da lei rifiutato ed esondato in un omicidio. Parrebbe la violenza, dunque, la mascolina risposta della carne in un corpo privo di un sano nutrimento per l’anima. Alla tragedia segue il riformatorio; poi l’Iraq, da militare.
Nella carne: la trama del romanzo di David Szalay
Okay, continua a rispondere il protagonista, impulso preverbale che precede la riflessione. Durante il servizio militare, è in Iraq. Sono gli anni della Guerra del Golfo; lì vede un suo compagno d’armi improvvisamente morire. Così, con un disturbo post-traumatico sulle spalle, si trasferisce a Londra. Fa il buttafuori nei locali notturni, finché, per una casualità del destino, riesce a diventare autista e guardia del corpo per famiglie ricche.
In questa circostanza conosce Helen Nyman, moglie del suo datore di lavoro, con cui comincia una relazione clandestina. Quando il marito di Helen muore di cancro, István e la donna si sposano. Così István vive con Helen presso la villa di campagna dei Nyman a Ayot St. Peter in cui fino a pochi mesi prima si recava per lavorare, certamente escluso dai cerimoniosi incontri con gli amici e gli ospiti importanti. Tenta anche di fare da padre a Thomas, il figlio di lei, che lo detesta apertamente. Poi, con Helen mette al mondo un figlio proprio, Jacob.
Col patrimonio dei Nyman, diventa imprenditore immobiliare, mantiene controversi rapporti con alcuni funzionari pubblici e ragiona su dove investire. Infine, l’ineluttabile: un incidente d’auto porta via Jacob e, dopo un lungo coma, Helen. Ancora una volta, István deve sopravvivere. Deprivato delle ricchezze ottenute grazie al matrimonio, in quanto tornate in mano al figliastro Thomas ormai maggiorenne, ritorna in Ungheria.
Londra e la scalata sociale di István
Sullo sfondo di questa parabola individuale vive la storia: quella degli ultimi anni dell’Unione Sovietica e della guerra dell’Occidente all’Iraq negli anni Duemila, fino ai recenti anni della pandemia da Covid-19. Quest’ultima, peraltro, affrontata con rara trasparenza.
E viva è anche la Londra di Nella Carne. Simbolo della globalizzazione del nuovo millennio, caduta ogni cortina di ferro la capitale inglese era diventata per il proletariato urbano di tutt’Europa la terra delle nuove opportunità. Ricorrenti sono i riferimenti che rendono la metropoli anche l’atlante della storia di István. Simbolo dell’illusione capitalista e manifesto delle separazioni di classe, la prima Londra che scorgiamo è quella dei quartieri nel nord-est, tra Wanstead, Aldersbrook e Ilford, dove il protagonista convive con altri emigrati.
Va a correre ai Wanstead Flats. Al semaforo di Aldersbrook Road saltella sul posto, poi fa un giro completo dei Flats, bocca aperta e sguardo dritto. Arriva ai piedi del ponte pedonale che scavalca la North Circular, e ancora paonazzo e sudato si ferma sul ponte, sei corsie di traffico veloce che gli scorrono sotto. È il crepuscolo, le auto hanno i fari accesi. Torna indietro percorrendo monotone vie di case a schiera. Non è la vita che si era immaginato quando si è trasferito lì. Nei primi tempi era anche divertente – o almeno era nuovo e diverso e gli dava la sensazione di un inizio, cosa che desiderava. Ma non immaginava di vivere ancora così a distanza di due anni. Condividendo un appartamento con altre cinque o sei persone. Ascoltando i treni che tutta la notte gli passano sotto la finestra. Lavorando cinquanta ore alla settimana e arrivando alla fine del mese senza un soldo in tasca, e senza prospettive di sorta se non di andare avanti così a oltranza.
Poi, l’incontro con Mervyn, proprietario di una società di sicurezza per persone ricche e facoltose. La Londra del protagonista, adesso, muta rapidamente: con lui ci avviciniamo agli appartamenti di Holland Park, a Cheyne Walk, tra i quartieri dell’alta borghesia, fino alla City. István li attraversa all’inizio da esterno – entra dal retro della villa dei Nyman, usa l’ingresso di servizio, osserva i datori dall’automobile concessagli – per poi ripercorrerli da padrone. Dai wrap di pollo mangiati in solitudine da Pret a Manger ai ristoranti più pregiati di Mayfair, la geografia di Londra diventa l’espressione della scalata sociale di István.
La capitale inglese, d’altronde, Szalay la conosce bene. La descrizione dei luoghi della città è reale; la resa apprezzabile e immersiva. Nella carne concede molto raramente dei dettagli specifici – dell’infanzia ungherese, per esempio, non abbiamo né riferimenti toponomastici, né coordinate – ma su Londra l’attenzione appare diversa. Una scelta probabilmente consapevole, in quanto essenziale per comprendere la transizione esistenziale e sociale del protagonista. Tuttavia, poteva essere apprezzabile qualche diorama in più anche nei luoghi extra-britannici, come parzialmente avvenuto durante la trasferta in Germania per assistere Helen alle prese col marito ricoverato.
Il brutalismo letterario di David Szalay
Tornando alla prosa, c’è un’affinità non casuale tra la scrittura di Szalay e il contesto in cui il romanzo comincia. Le pagine ungheresi di Nella carne hanno la stessa asciuttezza che traspira dalla metà degli anni Ottanta in un paese dell’allora blocco sovietico. Uno stile asciutto e ruvido in cui i dialoghi s’incastrano come blocchi di cemento armato e tubi di metallo. Le frasi, sempre brevi, sono pannelli prefabbricati; le azioni vengono inscenate lungo stretti corridoi di palazzi adornati da pallide carte da parati, vasi poggiati sui pianerottoli e finestre da cui, a fatica, entra la luce.
Per un paio di minuti si sente completamente a suo agio lì seduto a guardare quel soggiorno lindo e il balcone con il sole che splende nei pannelli di vetro verde.
Fuori, sotto il sole, c’è un grosso barattolo pieno di cetriolini immersi in un liquido lattiginoso. Schiacciato all’imboccatura del vaso c’è come del pane bagnato.
Un brutalismo che diventa anche espressione delle spigolose forme di István, corpo grezzo che si scontra e trasforma entrando a contatto con la materia decadente: quella della vicina di casa, su tutte, della sua carne stanca e grottesca, del marito malato e assente; uomo virilmente inutile – come in seguito lo sarà Karl, il marito di Helen – potrebbe aver pensato il giovane protagonista nella limitata prospettiva machista di un uomo educato ai paradigmi di una precisa mascolinità.
Lo stile narrativo di Nella carne: una scrittura scarna
Lo stile di Nella carne è dunque un agente attivo nella narrazione; l’ideologia della forma coerente con il contenuto. L’autore stesso ha dichiarato in un’intervista che il titolo del romanzo gli sembrava “qualcosa di volgare, di osceno. Non è elegante, non è letterario. Ma alla fine abbiamo deciso che proprio per questo andava bene”. In fondo, spiega sempre Szalay, il libro parla di questo: di come si comporta un corpo nel mondo.
Come la realtà in cui è immerso, scarno ed espressivo è anche il vocabolario di István, con una bottiglia che viene tolta “da quella cosa in cui è infilata”, la marijuana che è “quella roba”, il ventilatore in ospedale è attaccato a “«”quella cosa di plastica trasparente”.
Nella carne e il successo dei bookclub
Ma ci sono anche altri aspetti da considerare e pareri più maliziosi da esprimere. In una comunicazione quotidiana sempre più messaggistica, ovvero determinata da reticenze e da uno stile paratattico, Nella carne non appare certo come una lettura oltremodo impegnativa. Anzi, questo tipo di prosa sembra assecondare il lettore contemporaneo con una sintassi speculare al nostro linguaggio: frasi brevi, spazi bianchi carichi di non-detto, dialoghi ridotti all’essenziale. Non c’è da stupirsi, perciò, che Nella carne e il suo autore abbiano raggiunto un’ampia platea su scala internazionale, che sia rientrato nei libri del mese dei bookclub e abbia ricevuto numerosi endorsement sui social.
Per questo, uno dei commenti più frequenti e sottovalutati è quello di chi racconta di aver “divorato” il libro in pochissimi giorni, se non ore. Il rischio è quello di associare la qualità di un testo alla sua rapidità nella lettura, espressione di una cultura performativa e da consumo veloce.
La tecnica narrativa di David Szalay: il fuori campo
Knife-plunge è stata definita la tecnica utilizzata da Szalay in Nella carne. Come un film horror che interrompe l’inquadratura esattamente nel momento in cui il coltello sta per toccare la vittima costringendo il pubblico a immaginare il peggio, l’autore applica la medesima logica durante la narrazione. Scene che non vengono mai mostrate direttamente ma lasciate fuori campo, così da coinvolgere in prima persona il lettore e la sua immaginazione. Del resto, Szalay stesso ha rivendicato la scelta:
I enjoy books made of free-standing units of writing that are somehow in dialogue with one another, where what happens in the gaps is as important as the chapters themselves.
La domanda che vale la pena porre è, dunque, se questa volontà di sottrazione, oltre ad andare contro i canoni del romanzo novecentesco, non conduca a una narrazione fin troppo elusiva.
István è davvero un protagonista passivo?
Elusività che, per altro, si può legare a un altro elemento osservato su più fronti nel romanzo: la passività di István. Una lettura di Nella carne ha infatti tradotto il protagonista come archetipo contemporaneo dell’individuo remissivo di fronte a ciò che gli accade. István è stato così inserito in quella categoria di cui alcuni celebri personaggi d’autore fanno parte: con il suo okay ripetuto circa 184 volte István ha ricordato a molti il Barry Lyndon di Kubrick e il Meursault di Camus. Un okay certo devitalizzante e difensivo che traduce l’idea di un evitamento dei conflitti e la resa di fronte a ciò che gli accade attorno e addosso.
In realtà, István ha mostrato in più occasioni di sapere cosa vuole e ha anche agito per ottenerlo; ad esempio, è apparso convinto dei progetti in cui investire dopo aver ottenuto il patrimonio dei Nyman, così come in gioventù si è mostrato abbastanza consapevole di desiderare l’amica barista, Noémi. Parlare di un protagonista passivo sarebbe limitante, così come condurrebbe a una confusione semantica sul concetto stesso di personalità passiva. Sembrerebbe più, come per chiunque altro in questo mondo, l’ineluttabile a determinare la vita di István.
Il silenzio e le difficoltà di comunicazione di István
Ciò che manca a István, tutt’al più, non è la volontà – osservazione di per sé evitabile su qualsiasi essere vivente – ma il linguaggio. Non riesce ad avere amici autentici, ha difficoltà a parlare di sé in terapia, ha difficoltà a interagire col figlio Jacob. Il sesso sembra essere l’unico idioma con cui riesce davvero a comunicare.
La sua reticenza, comunque, non spicca come anomalia in un romanzo in cui tutti comunicano poco. Non poco quanto István, certo, ma nemmeno la madre, Helen o la vicina di casa recitano ampi monologhi. Le difficoltà del protagonista sono sì evidenti, ma non costituiscono una caratteristica unica. Tutt’al più, il corpo si rende verbale per reazione: adeguatosi, come detto sopra, a una realtà priva di retorica e – a proposito di brutalismo – di manierismi.
Il corpo come strumento di conoscenza
Dove mancano le parole batte la carne. István è un uomo cresciuto con il corpo come strumento conoscitivo ancor prima che in funzione espressiva. István non risponde a una psicosomatica precisa; anche a seguito del disturbo da stress post-traumatico, l’impatto che ha sul protagonista lo conduce a un’azione più o meno radicale qual è quella di trasferirsi a Londra. Il corpo risponde alle esigenze carnali che in István sono capire il mondo e orientarsi in esso.
Quando cede al bacio di Helen pur avendo detto di non volerlo, piuttosto che un sintomo di debolezza il gesto esprimerebbe un atto deliberato e istintivo verso le volontà della carne. Szalay ha d’altronde dichiarato che Nella carne ha voluto raccontare gli esseri umani non come menti intrappolate in un corpo, ma come corpi che pensano. È la rivincita dell’inconscio: ben venga questa rivincita, in un certo senso, se è l’Es, simboleggiato dalla carne, ciò a cui István deve arrendersi.
Nella carne e la rappresentazione della mascolinità
Si è anche parlato molto di Nella carne come un racconto rivolto a una crisi contemporanea del maschile. Di un uomo in effetti si parla, di un uomo e del suo corpo mascolino, col tempo sempre più possente e da cui trarrà spesso beneficio; una sorta di mascolinità primitiva, la definisce Helen.
Eppure, il rischio è quello di scorgere una diffrazione da ciò che voleva raccontare Nella carne rispetto a quel che, in questo momento storico, è più utile – e vendibile – considerare. La storia di István è prima di tutto la fenomenologia di un’esistenza, certo collocata in un tempo e in un corpo precisi e con dei paradigmi culturali radicati. Parlare principalmente di “mascolinità tossica” o di “mascolinità incomunicabile” per il protagonista significherebbe però categorizzare una visione della realtà e dell’opera alla sola analisi di genere, per quanto importante.
Su questa tacita e sofferta sussistenza si è d’altronde esposto lo stesso Szalay, in un’intervista per The Irish Times del 14 novembre 2025.
No, I wasn’t trying to put forward a certain vision of maleness. There was absolutely no agenda, in that respect. […] The book is about other things for me – e specifica – time, and fate, and the physicality of experience, which isn’t only a masculine thing.
Virilità e potere nel romanzo di David Szalay
Interessante, comunque, è un aspetto. Come detto sopra, István, in adolescenza, intraprende una relazione con una donna sposata il cui marito, un operaio di fabbrica, è gravemente infortunato a seguito di un incidente. Anni dopo, il protagonista diventa l’amante clandestino di Helen, sposata a Karl, vittima di un cancro al pancreas. Il paradigma, dunque, parrebbe simile. István sostituisce i due mariti malati, i quali, in quanto tali, impotenti e dunque inutili.
Nel nome del padre: la figura paterna in Nella carne
Il protagonista agirebbe perciò secondo un concetto di virilità di natura primordiale. Non è un caso che il sostituto di questi mariti più anziani, gerarchicamente superiori, di questi pater, sia proprio un uomo la cui figura paterna non è mai stata menzionata. István, diremmo, è un parricida in assenza; anzi proprio tale assenza potrebbe averlo condotto verso l’inconscio desiderio di una scalata gerarchica del mascolino il cui sistema di misura è la possibilità virile. Contrariamente ai due vecchi mariti-padri, István è giovane e forte. Come se, sostituendo legittimamente questi alias paterni sclerotizzati e appropriandosi del loro potere attraverso il possesso, István avesse voluto ribadire la sua assunzione a padre e marito secondo un simbolismo freudiano e patriarcale.
Così l’omicidio del marito della prima amante e il progressivo usurpamento delle proprietà di Karl mostrano a tutti gli effetti le sembianze di un parricidio desiderato. Entrambi, per altro, avevano adottato nei confronti di István un atteggiamento indulgente e al tempo stesso autorevole. Paradigma, appunto, di un ideale paterno. Basti ricordare quando il primo lo invitò al bar per bere assieme in un momento in cui István godeva di sporadiche occasioni sociali e di come Karl lo avvicinò alla società benestante inglese e lo inserì nel contesto familiare e domestico dei Nyman. Come dei padri, insomma, accoglienti e iniziatici. Ottenuta la donna del primo, di poco più anziana della madre, e i possedimenti dell’altro, István ha finalmente potuto rivendicare la mancata figura paterna diventando egli stesso padre e marito. Da qui anche il rapporto con la madre che, specialmente in età adulta, assume i connotati di un matrimonio alternativo a quello stipulato con Helen Nyman.
Nella carne: una storia umana
Potremmo definirla, dunque, la parabola di un giovane uomo cresciuto in un tempo preciso, in una realtà che muta, si degrada e che assorbe ogni scoria senza una reale possibilità di purificazione. Una storia tremendamente umana, tragica se vogliamo considerare un’esistenza inerte al fato.
Rimane la sensazione che Nella carne vada oltre le pagine stampate. Forse, anche questa necessità ermeneutica è stata finora una delle sue fortune, sia per le richieste consumistiche dell’ingorda editoria mainstream, sia per chi nei vuoti di Szalay vede un’impronta letteraria in grado di durare nel tempo.
C’è qualcosa di terribile nel modo in cui la normalità impone sé stessa. Nel modo in cui l’estate insiste nel manifestarsi. Nel modo in cui i castagni fioriscono e Wimbledon si svela.