Tokyo Godfathers | La profondità umana nascosta sotto una fiaba natalizia
Uscito nel 2003, Tokyo Godfathers è il terzo lungometraggio del regista giapponese Satoshi Kon. Il film si apre con una celebrazione natalizia che sembra rivolta ai senzatetto. In particolare, la prima scena raffigura la Natività, con l’arrivo dei Re Magi nella grotta dove nasce Gesù. Alla performance segue la predica di un prete, che proclama con forza:
Nulla è più difficile che non avere un posto nel mondo, eppure sono in tanti a non averlo. Nella loro solitudine, desiderano qualcuno che dica loro: “Voglio che tu sia qui”. Gesù è nato per offrire a chi è solo un luogo in cui poter vivere.
Questi minuti iniziali stabiliscono il tono dell’intero film. Tokyo Godfathers si presenta come una classica fiaba d’animazione natalizia, attraversata da riferimenti cristiani e da una serie di coincidenze fortunate — o piccoli miracoli di Natale. Ma sotto la superficie di una storia semplice, il film nasconde una profondità sorprendente. La sua struttura narrativa complessa restituisce un ritratto realistico e privo di indulgenze della città di Tokyo e dei suoi abitanti.
Il titolo è un chiaro riferimento al western del 1948 di John Ford, Three Godfathers, da cui il film di Kon trae libera ispirazione.
Tre padrini per una città ostile
Tokyo Godfathers segue il viaggio di tre senzatetto — Gin (Tôru Emori), Hana (Yoshiaki Umegaki) e Miyuki (Aya Okamoto) — attraverso Tokyo. La vigilia di Natale, i tre trovano una neonata abbandonata tra i rifiuti. Da quel momento iniziano a vagare per la città alla ricerca dei suoi genitori. La loro avventura li costringe a confrontarsi con il proprio passato e a trasformarsi, poco a poco, in versioni più empatiche di se stessi.
Il film ha ricevuto l’Excellence Award al 7° Japan Media Arts Festival e l’Animation Film Award alla 58ª edizione dei Mainichi Film Awards.
Trovare profondità nella leggerezza
A una prima occhiata, Tokyo Godfathers può sembrare un racconto natalizio destinato a un pubblico giovane, non lontano dallo spirito del Canto di Natale di Charles Dickens. Non compaiono né fantasmi né elementi apertamente soprannaturali, ma una serie di coincidenze fortunate salva più volte i protagonisti. Temi cupi come l’abbandono e la marginalità sociale sono presenti, ma vengono trattati con un tono più lieve. Al centro, una morale semplice e universale: restare umani e gentili nonostante tutto.
Come spiega lo stesso Kon in un’intervista all’Austin Chronicle:
Volevo trasmettere un messaggio che aiutasse gli spettatori a sentirsi sollevati dalle preoccupazioni quotidiane, usando personaggi senzatetto — persone socialmente svantaggiate — che però vivono con vitalità, calore e gentilezza.
Eppure, Tokyo Godfathers è tutt’altro che un film innocuo. Dietro il suo volto rassicurante si nasconde una città fredda e pericolosa. I protagonisti passano continuamente dall’incontro con la solidarietà alla minaccia della violenza. Scene ironiche e momenti di calore umano si alternano a situazioni disperate. Come accade ne La città incantata di Hayao Miyazaki, anche Kon utilizza uno stile visivo semplice e un racconto apparentemente leggero per affrontare temi complessi e profondamente adulti.
Famiglia biologica e famiglia scelta
I protagonisti di Tokyo Godfathers non sono né eroi né cattivi. Gin è un alcolista di mezza età che fugge dalle proprie responsabilità; Hana è una donna transgender che sogna di essere madre, pur non potendo prendersi cura di un bambino; Miyuki è una ragazza scappata di casa, irascibile, che non esita a ricordare agli altri di avere un posto dove tornare. Eppure, condividono un rifugio, il cibo, e soprattutto una solidarietà autentica. Quando Hana decide di cercare i genitori della neonata, gli altri la seguono, anche se avrebbero preferito affidarla subito alla polizia.
Come racconta Kon in un’intervista ad Anime News Network:
Non volevo limitarmi a mostrare il problema dei senzatetto, ma concentrarmi sul modo in cui trattiamo ciò che “scartiamo”. Queste persone sono state scartate dalla società. Volevo esplorare come chi è escluso dal sistema possa, paradossalmente, rigenerarlo.
Tokyo Godfathers è quindi anche un film sulla famiglia: quella tradizionale, ma soprattutto quella scelta. Come accade in Sense8 delle sorelle Wachowski, il film indaga i legami che uniscono le persone al di là del sangue. Gin, Hana e Miyuki, pur respinti dalla società, non sono soli. Insieme formano una famiglia fondata sulla compagnia e sulla solidarietà.
Lo stile visivo di Satoshi Kon e il realismo dei dettagli
In Tokyo Godfathers abbiamo volutamente mantenuto la storia semplice, concentrandoci sull’approfondimento dei personaggi.
Ancora Kon sottolinea come lo stile visivo, oggi percepito da alcuni come “semplice”, sia in realtà frutto di un lavoro minuzioso. Ogni dettaglio — dalle insegne al neon agli sfondi urbani — è disegnato con estrema attenzione. L’uso di più livelli visivi, invece di un’unica superficie, consente movimenti più differenziati e restituisce una sensazione di realismo rara nell’animazione tradizionale.
L’estetica riflette l’obiettivo del film: usare la semplicità per mettere in risalto la complessità. Come le immagini stratificate, anche le informazioni sui personaggi si accumulano, rendendo la narrazione sempre più densa. È questa somma di elementi a fare di Tokyo Godfathers un’opera sorprendentemente profonda.
Satoshi Kon è noto soprattutto per i suoi film più psichedelici — Perfect Blue, Millennium Actress, Paprika — dove realtà, sogno e memoria si fondono. Qui, invece, mette la sua conoscenza della psiche umana al servizio di un racconto più lineare, ma non meno incisivo. Tokyo Godfathers ci ricorda che gli esseri umani sono complessi, contraddittori, fragili. E che, spesso, la vera forza nasce dall’unione.
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