La Peste | Albert Camus anticipa le pandemie di questo secolo
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La Peste | Albert Camus anticipa le pandemie di questo secolo

La Peste | Albert Camus anticipa le pandemie di questo secolo

Postato il 23 Gennaio, 2026
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Non sappiamo se Albert Camus, quando nel 1947 pubblicò per Gallimard La peste, fosse consapevole di consegnare una lettera al futuro. Probabilmente sì, perché le epidemie rientrano in quei fenomeni ciclici sedimentati nei secoli dell’umanità. Quella di Orano potremmo definirla una peste stagionale: un morbo che nasce, evolve e si riproduce come le foglie che cadono dagli alberi in autunno, o come le rondini che da marzo tornano a nidificare in riva al mare. Parte, insomma, del macrocosmo della storia di noi esseri viventi.

Camus la racconta con una prosa asciutta, priva di compiacimenti: l’invasione dei topi moribondi per le strade della cittadina dell’Algeria del Nord è immediata, in medias res. Così le prime reazioni della cittadina ai primi decessi, l’inquietudine di pochi e la sottovalutazione del problema da parte della maggioranza, istituzioni comprese; poi, la difficile gestione della crisi, la sfiducia, il silenzio lungo le strade, il lutto e la speranza. La peste per Camus è un’astrazione metafisica e l’autore assume il punto di vista di un osservatore clinico che cataloga e compara le reazioni di una cittadina di fronte all’ineluttabilità di un’epidemia mortale che da millenni s’insinua nelle vicende umane.

Cronaca di un’epidemia di peste: Orano e la metafora della crisi

Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista. Era stato colto alla sprovvista il dottor Rieux, come lo erano stati anche i nostri concittadini, e questo spiega le sue titubanze. E spiega anche perché fosse combattuto tra la preoccupazione e la fiducia. Quando scoppia una guerra tutti dicono: “È una follia non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi.

La peste, Albert Camus

Ci troviamo nella prefettura francese di Orano, in Algeria, una città commerciale affacciata al Mediterraneo ma a cui al contempo “dà le spalle”. Nella prima metà degli anni Quaranta, la routine quotidiana viene bruscamente interrotta da un evento sinistro e all’apparenza inspiegabile: un’improvvisa e massiccia moria di ratti. Il preannuncio di un’epidemia di peste bubbonica.

Dopo un’iniziale e ostinata fase di negazione e di minimizzazione da parte delle autorità, l’evidenza del contagio e il rapido aumento dei decessi costringono il prefetto a prendere misure drastiche: la città viene dichiarata in stato d’assedio e le sue porte chiuse ermeticamente. Orano si trasforma così in un universo concentrazionario, una prigione dell’assurdo, dove per assurdo s’intende, in estrema sintesi, l’improvvisa perdita di controllo della propria esistenza e il conseguente disperato bisogno di trovarvi un senso; il motivo per reagire di fronte all’inevitabile e casuale sopraggiungere della morte; la cieca irrazionalità del mondo.

La Peste e il Novecento: dal nazismo alla guerra

La peste di Camus s’inserisce in un contesto ben preciso: quello di metà del secolo scorso, a ridosso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Allora, il “virus” che aveva falcidiato l’umanità per oltre un ventennio non era una malattia infettiva, non proveniva dalla pulce dei ratti, né si trasmetteva tramite parassiti – o quantomeno non dal punto di vista medico-sanitario –. La peste della prima metà del Novecento sedeva nei luoghi di potere, vestiva l’uniforme, promulgava teorie ascientifiche sulla purezza di una razza a scapito di altre, deportava esseri umani in campi di lavoro e di sterminio e, sostenuta dalle borghesie di inizio secolo, considerava la guerra come un mezzo necessario per il progresso.

Ecco, perciò, che per i lettori di quegli anni il virus di quei tempi era stato appena debellato, pur tra macerie e lutti. Una metafora che lo stesso Camus ha d’altronde voluto ribadire.

La Peste […] a cependant comme contenu évident la lutte de la résistance européenne contre le nazisme.

(Lettre à Roland Barthes sur La Peste, 1955)

Resistere alla peste: solidarietà e coraggio nei protagonisti

È la resistenza umana di fronte al terrore ciò che vuole raccontare. La “social catena” leopardiana – riferimento poetico e filosofico non casuale – rivive nel romanzo in Rieux, Tarroux e Rambert, fragili eroi decisi a fronteggiare a ogni costo l’epidemia che stava falcidiando la comunità di Orano. Proprio di fronte a questa resistenza, l’autore distoglie il proprio atteggiamento contemplativo per immergersi nella narrazione dei fatti attraverso gli sguardi dei suoi protagonisti.

Il fatto che Camus esplichi cause e reazioni di una società di fronte alla minaccia di un’epidemia mortale – che sia l’indolenza di fronte alla diffusione della peste bubbonica come di fronte alle prime azioni di Hitler in Germania e in Europa – non segna comunque l’impassibilità del narratore nei fatti. Tutt’altro: Camus si addentra nella storia, si cela tra i protagonisti, nelle loro esperienze personali e nelle loro sfumature caratteriali. Confida e parteggia per loro.

D’altronde, lo scrittore visse in prima persona il periodo che avrebbe ispirato la metafora della peste, trascorrendo diversi anni nel sud della Francia allora occupata dalla Germania nazista. In quegli stessi anni, probabilmente, Camus, premio Nobel per la letteratura nel 1957, comprese il valore della resistenza etica e della solidarietà, entrambe fondate sul rifiuto della violenza e della sopraffazione.

Ce que je veux, c’est que les hommes apprennent à vivre et à mourir, et à refuser la mort et le meurtre dans leur cœur.

(Albert Camus, Actuelles II, Gallimard, 1950)

I personaggi di Camus: Rieux, Tarrou e Rambert

La narrazione, esposta come una testimonianza oggettiva dei fatti, segue le vicende di un gruppo di personaggi che incarnano le diverse risposte morali e filosofiche dell’uomo di fronte al male. Attraverso questi punti di vista è possibile intravedere in parte la personalità di Camus, se non un frammento stesso di vita dell’autore.

Protagonista è il dottor Bernard Rieux, l’ateo, come Camus, e instancabile medico che lotta contro il flagello per pura decenza umana:

È un’idea che può far ridere, ma la sola maniera di lottare contro la peste è l’onestà. […] Cosa sia in genere, non lo so; ma nel mio caso, so che consiste nel fare il mio mestiere.

Nel panorama della Francia del dopoguerra, in cui la corrente nichilista sembrava esprimere le angosce di un’intera generazione, Rieux si ergeva a eccezione: l’eroe avverso alla vacuità del presente e all’assurdità della storia. Il suo obiettivo era solo uno: impegnarsi, quanto più possibile, per il bene di tutti.

A supportare il medico è Jean Tarrou, un intellettuale in cerca di una forma di santità laica e che in tal senso organizza le squadre sanitarie volontarie. È il personaggio che incarna i valori della pietà, manifestati in una cultura della non violenza e nel rifiuto della sopraffazione dell’altro. Celebre è il suo discorso sulla scelta di essere vittime piuttosto che flagelli:

Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla terza categoria, ossia alla pace.

Così il giornalista Raymond Rambert, giunto da Parigi per un’inchiesta sul trattamento degli arabi nella città sotto il controllo francese. Inizialmente determinato a fuggire per ricongiungersi con la donna amata, sceglierà infine di restare a Orano per solidarietà. È l’antieroe trascinato, suo malgrado, in un’epica morale.

La sua conversione dimostra, per Camus, la resa dell’individualismo piccolo-borghese, egoista e recluso nei propri interessi primari, a favore di un impegno collettivo dal significato resistenziale e perfino rivoluzionario. Rambert, peraltro, è anche l’esule giornalista: come possiamo non ritrovare una sfumatura di Albert Camus in questa figura?

Antitesi e allegorie: Grand, Cottard, Paneloux e l’umanesimo di Camus

Tra i personaggi principali figura anche Joseph Grand, un impiegato comunale che tenta di reagire all’insensatezza di quanto avviene attorno a sé attraverso la ricerca dell’incipit perfetto per il suo romanzo.

A inizio narrazione, Grand salva un uomo da un tentato suicidio: Cottard. Si tratta dell’unico personaggio che dalla peste ha ottenuto un concreto beneficio, avendo, per via dell’epidemia, evitato un arresto per crimini pregressi. Inoltre, Cottard, nel caos, intravede un’ulteriore opportunità: lucrare sulla penuria dei generi di prima necessità.

Tuttavia, la sua parabola è una chiara allegoria: Cottard rappresenta i collaborazionisti francesi del governo di Vichy, che scelsero di prosperare all’ombra delle forze di occupazione tedesche durante la Seconda guerra mondiale.

Ricordiamo anche Padre Paneloux, il gesuita che tenta di attribuire alla peste un significato escatologico: l’epidemia, come espiazione punitiva, rafforza la fede e richiama l’individuo alle responsabilità morali, proteggendolo al contempo dalla disperazione. Paneloux rifiuterà le cure anche sul punto di morte e non riuscirà mai a diventare realmente utile per la comunità. Il sacerdote rappresenta, per Camus, la critica mai velata ad un certo cattolicesimo dogmatico e paralizzante.

Non possiamo certo parlare di una netta dicotomia tra i personaggi: anche Rieux ha i suoi abissi, l’inconsolabile sofferenza che lo lega a una moglie distante e malata. Lo stesso vale per Tarrou, l’idealista per eccellenza, alla ricerca di un imperativo morale che rischia di precipitare nel cieco titanismo.

Potremmo interpretarli così, alla luce delle parole che Camus usò nel capitolo V de L’uomo in rivolta:

Tutti portiamo dentro di noi le nostre prigioni, i nostri crimini e la nostra devastazione. Ma il nostro compito non è scatenarli sul mondo; è combatterli dentro di noi e negli altri.

Orano e l’orizzonte precluso: città claustrofobica tra mare e peste

Orano è una città che sorge sulla costa, costruita in riva al mare, ma che al mare volta la schiena.

La nostra città, lo si deve confessare, è brutta. […] è inserita in un paesaggio impareggiabile, nel mezzo di un pianoro spoglio, circondato da luminose colline, davanti ad una baia di perfetto disegno. Soltanto ci si può rammaricare che sia costruita voltando la schiena alla baia e che, pertanto, sia impossibile scorgere il mare, di cui bisogna sempre andare in cerca.

Albert Camus sceglie una città che dunque è, per definizione, un paradosso mediterraneo: una comunità commerciale ma chiusa nelle sue abitudini, appunto, claustrofobiche. Orano, già prima dell’epidemia, aveva scelto di ignorare l’elemento naturale che definisce la sua geografia e ne suggerisce la vocazione.

Ecco perché, in un certo senso, la peste non impone la prigionia, ma concretizza una chiusura che già viveva nello spirito della città. Così, quando le porte vengono chiuse, l’orizzonte svanisce fino a sprofondare in un mare dagli spazi indefiniti e opprimenti. Non è più una promessa di vita, il fondamento simbolico dell’umanesimo libertario di Camus – si pensi al “pensiero meridiano concettualizzato ne L’uomo in rivolta ed espresso in ogni suo scritto, La peste compresa –, ma il muro invalicabile da cui scaturisce l’ossessione.

Odori di sale ed echi di morte: la città sospesa tra vita e epidemia

Così, mentre la città è pervasa dall’odore di morte alle loro spalle, il mare emana odori di sale e d’alghe che ricordano la libertà perduta. Così la zona del porto diventa per Rambert il confine che non permette la sua fuga da Orano. L’accesso al mare è sorvegliato e la sua vicinanza fisica, ora che è irraggiungibile, acuisce la sensazione claustrofobica.

Il sole della peste spegneva i colori e fugava ogni gioia. Era questa una delle grandi rivoluzioni della malattia. Tutti i nostri concittadini accoglievano abitualmente l’estate con esultanza. La città si spalancava allora sul mare e riversava i giovani sulle spiagge. Quell’estate, invece il mare pur vicino era inaccessibile e il corpo non aveva più diritto alle sue gioie.

Questa negazione ne perverte, perciò, il significato e, da simbolo di vita e di connessione con il mondo, il mare diventa un’immagine di morte. È l’assurdo che rivendica e punisce il valore della libertà dimenticato.

E per tutta la fine dell’estate, come in mezzo alle piogge d’autunno, si poterono veder passare, lungo la circonvallazione, nel cuore d’ogni notte, strani convogli di tram senza passeggeri; beccheggiavano alti sul mare.

In molti, racconta il narratore, erano soliti lanciare sui tram diretti verso il mare dei fiori, ipotizzando che quei mezzi raggiungessero la costa per gettarvi le salme colpite dalla peste.

[…] dei gruppi giunsero sovente a inserirsi tra le rocce a strapiombo sul mare, e a lanciar fiori nelle vetture, al passaggio dei tram.

Dove ritorna la speranza: il mare come simbolo di resistenza

Camus, però, non può né vuole cedere del tutto all’assurdo. Ecco perché il mare di Orano offre anche una delle scene più commoventi dell’intero romanzo: il bagno notturno di Rieux e Tarrou. Tregua e atto di resistenza: i due protagonisti, spogliandosi dei loro vestiti e gettandosi in mare, si riappropriano di esso. È la rivendicazione più simbolica dell’uomo in rivolta che Camus potesse offrire.

Si spogliarono. Rieux si tuffò per primo. L’acqua, dapprima fredda, gli parve tiepida quando risalì. Si immerse ancora, nuotando regolarmente. Il mare ansava dolcemente ai piedi dei grandi blocchi del molo, e quando li ebbero superati, apparve spesso come un velluto, flessibile e liscio come una belva. […]

E leggiamo ancora:

Davanti a loro la notte era senza limiti. Rieux, che si sentiva sotto le dita la faccia butterata degli scogli, era pieno d’una strana gioia. Rivolto verso Tarrou, egli indovinò sul viso calmo e grave dell’amico la stessa gioia, che non dimenticava nulla, neanche l’assassinio.

[…] Si tuffarono e nuotarono con più forza. […] Durante alcuni minuti procedettero con la stessa cadenza e con lo stesso vigore, solitari, lontani dal mondo, finalmente liberati dalla città e dalla peste.

In questa scena, Camus riporta il mare ai suoi più alti ideali: patria tra popoli, luogo di condivisione e migrazione, di vita e d’amicizia. È questo il senso della vita mediterranea, o meridiana, che la peste – e ancora prima la stessa Orano – aveva minacciato di cancellare.

Il ritorno de La peste nel XXI secolo: vendite e rilevanza globale

È il 2020 quando La peste torna a essere uno dei libri più acquistati, letti e commentati del panorama editoriale internazionale. Secondo i dati di Edistat, riportati da Le Figaro, le vendite del volume in Francia hanno registrato un’impennata eccezionale già nelle prime otto settimane dell’anno: l’edizione tascabile di Gallimard ha infatti venduto, solo tra gennaio e febbraio, il 40% del volume totale che solitamente distribuisce in un intero anno solare.

In Gran Bretagna, l’editore Penguin ha dovuto ristampare l’edizione in inglese di fronte all’aumento del 150% avvenuto nell’ultima settimana di febbraio del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019.

In Italia, il quotidiano La Repubblica ha riportato come le vendite nel 2020 de La peste e di Cecità di Jose Saramago, altro testo che in quei mesi tornò decisamente attuale, siano triplicate sulle piattaforme online. Negli Stati Uniti, il romanzo è stato invece fulcro di dibattiti e approfondimenti critici su note testate come New Yorker, Wall Street Journal e America Magazine. Numerose sono state anche le pubblicazioni accademiche, come quelle redatte per la Oxford University Press.

Una storia del nostro secolo: dalla lettura di Camus alle pandemie moderne

La causa è facilmente intuibile, ma è chiaro che non poteva bastare. Sono state tante le cronache, le distopie e i trattati sulle epidemie intercorse nella storia che potevano svolgere un ruolo mediatore in quel momento storico. La peste di Albert Camus ha garantito anche, nella sua immediatezza, una comprensione più umana e solidale dei sentimenti vissuti in tempi di quarantena e coprifuoco, di bollettini medici riportati in ogni edizione dei telegiornali, delle comparazioni tra infetti e decessi – “La seule chose qui nous reste, c’est la comptabilité”, dice Tarrou a Rieux. Fino ad arrivare alle restrizioni dei luoghi sociali e lavorativi, alla militarizzazione delle città e al conseguente linguaggio bellico utilizzato da politici e media per fronteggiare la diffusione del virus.

Dall’incredulità al terrore, dunque, dall’angoscia di fronte al divieto al desiderio di una libertà da riconquistare collettivamente. Leggendo La peste, abbiamo notato che durante il Covid-19 il mondo non era così dissimile da Orano. In quei giorni, l’urgenza di leggere l’opera di Camus significava ricevere una risposta verosimile di quell’esperienza vissuta in tempo reale, diventata a tutti gli effetti una testimonianza. Così, il distacco rappresentato dall’opera di finzione presto è svanito nell’immediata immedesimazione con i fatti narrati. La peste, insomma, ha svolto a tutti gli effetti un ruolo apotropaico.

Camus e le pandemie moderne: il tempo delle epidemie

Una delle conseguenze più vistose della chiusura delle porte fu l’improvvisa separazione in cui si ritrovarono persone che a questo non erano preparate. Madri e figli, coniugi, amanti che qualche giorno prima avevano creduto di dover affrontare una separazione temporanea che si erano salutati ai binari della nostra stazione con due o tre raccomandazioni, sicuri di rivedersi dopo qualche giorno o qualche settimana, cullati dall’assurda fiducia umana, a malapena distratti con quella partenza dalle preoccupazioni abituali, si videro d’un tratto inesorabilmente lontani, impossibilitati a ricongiungersi o a comunicare.

Leggere un passaggio de La peste come questo nel 2020 era un’epifania. Chi, d’altronde, non avrà pensato durante il lockdown all’ultimo momento in cui aveva rivisto qualcuno a lui caro? In quanti hanno fatto i conti con la caducità del proprio corpo, con le proprie fragilità? Quante ipocondrie abbiamo visto nascere e manifestarsi in quei giorni di mascherine indossate anche negli spazi aperti? E quanta paura suscitava il contatto con l’altro, quanta disperata rabbia provocava in alcuni il mancato rispetto delle regole sanitarie? E quanto era sentita, per altri, la rivendicazione delle proprie libertà sociali? Credo che ognuno di noi possa ritrovare una parte della propria esperienza in questi momenti.

Al principio di un flagello, e alla fine, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso non si è ancora persa l’abitudine e nel secondo la si è già ritrovata. Solo nel momento delle tragedie ci si abitua alla verità, cioè al silenzio. Aspettiamo.

Con l’avanzare dell’epidemia, a Orano incede il silenzio. Un silenzio che certo sa di morte e di resa, ma che, nel 2020 come nel romanzo, ha espresso anche la risposta a un sistema fino a quel momento soverchiato dal rumore. Orano è una città che si nutre esclusivamente di commercio e che sulla produttività ha posto il suo motivo d’essere. Le vite dei suoi cittadini e i loro rapporti interpersonali appaiono così legati in prevalenza a motivi di profitto. In risposta alla sua disfatta, il silente eroismo della squadra volontaria diretta da Rieux e Tarrou ha posto di nuovo al centro un nuovo modo di pensare all’umano.

Distanza e la fragilità umana: lezioni dalla quarantena di Orano

Anche nel 2020 abbiamo riprovato il silenzio di cui parlava Camus. E in quei frammenti di vuoto, abbiamo scardinato le metafisiche che dettano ogni giorno la nostra realtà e lasciato spazio all’immaginazione. Una conseguenza possibile solo in quel momento in cui tutto era stato negato: solo allora, come a Orano, ci siamo accorti del mare.

La peste, come il Covid-19, ha almeno per un momento incrinato il ritmo di un capitalismo ingordo che non permette battute d’arresto, che rifiuta la paura e nega la riflessione, entità divoratrice di tutto ciò che è umano e non-umano. Accettando l’angoscia, il sentimento di essere gettati nel mondo, noi come i cittadini di Orano, abbiamo riconosciuto le basi per una rivolta dell’umano.

E se a sei anni di distanza l’assurdo incede ancora alle nostre porte come il flagello della peste resta dormiente, sappiamo che esiste sempre un’alternativa. Un’esistenza da riscattare giorno per giorno. Oggi, al pari di sei anni fa e come nel 1947, ancora e sempre nell’insegnamento di Albert Camus.

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