
I due re della musica mondiale. Uno racconta la Puerto Rico degli anni ’80, il periodo più florido per il Paese caraibico nell’America del nord, tra orgoglio e identità popolare. È così che sogna di rivedere la sua terra. L’altro invece descrive identità nera, distanze sociali e razzismo negli Stati Uniti. Benvenuti nel mondo di Bad Bunny e Kendrick Lamar. Diversi quasi in tutto, eppure qualcosa in comune c’è.
Bunny è il più giovane, un 31enne profondamente latino, che si piace molto, a suo modo stiloso, testimonial per diversi brand fashion. Irriverente, le idee sul suo futuro non del tutto chiare. Per sua ammissione “fluido” e con la passione del wrestling.
Kendrick è invece un 38enne che sa precisamente cosa vuole. Icona della West Coast. Non ama il gossip, anche lui è un volto noto della moda, testimonial Reebok, Nike e Chanel. Artista musicalmente eclettico, scrive testi impegnati, tanto da essersi aggiudicato il Premio Pulitzer per la musica. Non proprio cosa di tutti gli anni: è il primo e al momento l’unico artista insignito di tale riconoscimento al di fuori del contesto Jazz o della musica classica.
Chi è Bad Bunny: le radici portoricane
Benito Antonio Martinez Ocasio, in arte Bad Bunny, è diverse cose: prima di tutto un portoricano. Famiglia cattolica, il padre camionista desiderava che il figlio diventasse professionista nel baseball. La madre, insegnante, gli aveva consigliato di fare il pompiere. La signora cantava nel coro della chiesa: lì è scattata la scintilla.
Fin da subito la musica è stata una vocazione. Negli anni novanta a Puerto Rico, oltre alle band di salsa portoricana, patrimonio culturale esportato in tutto il mondo, alla radio si ascoltavano anche grandi artisti americani del rap. Da ragazzo i suoi idoli erano due maestri locali: Héctor Lavoe e un certo Daddy Yankee. Quest’ultimo è un’icona mondiale del reggaeton.
Nella musica lo scatto decisivo per Bunny sono stati i pezzi pubblicati sulla piattaforma online Soundcloud. Gli artisti indipendenti pubblicano in rete i loro lavori; i più fortunati vengono notati dai discografici e arriva l’opportunità. Quasi ventenne una casa discografica lo nota, firma per una etichetta che gli permette di lasciare le casse del supermercato dove lavorava per iniziare a fare musica con alcuni tra i volti più noti della musica latino americana.
È l’inizio del successo: tra il 2018/19 per la trap di Bud Bunny si aprono le porte che contano. I suoi brani entrano nelle classifiche Billboard, le ospitate in festival mondiali come Tomorrowland in Belgio: le collaborazioni con mostri sacri della musica. Marc Anthony, Drake e Jennifer Lopez solo per citarne alcuni. A Puerto Rico è ufficialmente nata un’altra stella del latinismo.
Il Super Bowl e la copertina di Playboy
Dischi d’oro, milioni di visualizzazioni sul web, riconoscimenti ai Grammy Awards e Latin Awards. Il pop latino di Bad Bunny va oltre il suo Paese, diventa un idolo anche negli Stati Uniti. Il 31enne parla ai giovani al tempo degli influencer perché è anche uno di loro. Nel 2020 è sulla copertina di Playboy, primo uomo nella storia della popolare rivista per adulti. Nello stesso anno improvvisa un concerto per le strade di New York, in piedi sul cofano di un tir. Il brano Pero ya no viene scelto per la campagna elettorale dell’ex presidente Usa Joe Biden.
Ma soprattutto è una delle star nell’halftime show durante l’intervallo della 54ma edizione del Super Bowl con Shakira e Jennifer Lopez. Un ritorno d’immagine planetario così come è successo nel 2025 a Kendrick Lamar. Proprio la partecipazione all’evento sportivo più seguito al mondo è stato per i due artisti la consacrazione universale. Nel 2021 Bunny partecipa ad alcune serate del Saturday Night Live, lo show del sabato sera per eccellenza americano. Il Time lo inserisce tra le 100 figure più influenti dell’anno.
Lo stile Bad Bunny: reggaeton e messaggi sociali
È un modo di essere. Abbastanza diverso dalle altre grandi icone portoricane tipo Ricky Martin o Luis Fonsi. Il 31enne gode di una buona critica che ne esalta le qualità. Piace alle masse perché i suoi brani spaziano dall’umorismo all’amore, dal disagio giovanile alla rabbia sociale. Dietro uno stile all’apparenza disimpegnato, con una forte carica erotica, Benito parla anche dei disagi culturali del Porto Rico, vittima di promesse mai mantenute dagli Stati Uniti. La sua mascolinità è lontana dagli stereotipi. L’artista ha ammesso di essere fluido, gli piacciono le donne ma non ha escluso di poter amare un uomo in futuro. Molto vicino al mondo LGBT, se ne è fatto portavoce in alcune sue canzoni. Una difesa convinta alla omosessualità e al mondo transgender.
A livello politico durante le ultime elezioni presidenziali ha più volte ricondiviso sui suoi social video dei discorsi di Kamala Harris. Bunny ha una sua fondazione che raccoglie fondi per aiutare il suo Paese. Il pubblico, in maggioranza giovani, lo sta ripagando con i sold out del gigantesco tour del 2025. La passione dei fan per l’artista ha riacceso l’interesse verso un’isola che sembrava dimenticata. Il turismo a Puerto Rico è aumentato del 30%: tutto questo per vedere e cantare con Bad Bunny.
Chi è Kendrick Lamar: origini e carriera
Nonostante i sette anni di differenza tra i due artisti, i percorsi personali di Kendrick e Bad sono in un certo senso sovrapponibili. Tanto che in futuro potrebbe non essere un azzardo immaginare una collaborazione.
Kendrick Lamar è figlio di Compton, contea di Los Angeles in California. Anche il rapper 38enne è partito dal basso: sacrifici, case popolari, assistenti sociali. Gli inizi con l’underground californiana fino ad arrivare alla consacrazione di Re dell’Hip-Hop. Il padre era dipendente in una catena di supermercati. Lui membro di una band di strada di Chicago. Anche in questo caso la vocazione per la musica arriva dalle radici familiari. La madre era cassiera al McDonald’s. Tre fratelli più piccoli, si chiama Kendrick in onore di Eddie Kendricks, tra i fondatori dei The Temptations, gruppo storico negli anni 60 della black music di Detroit.
Con queste premesse è facile immaginare come la musica fosse l’appuntamento con il destino per Lamar. A cinque anni ha assistito ad un omicidio, racconterà come quell’episodio lo ha segnato per sempre. Nonostante la difficoltà nel vivere nella periferia di Los Angeles negli anni novanta, a scuola era uno studente modello. Secondo gli insegnanti ha già una sua personalità, che spicca soprattutto nella scrittura. Il suo primo mixtape, a 16 anni, gli vale un contratto con una piccola casa discografica indipendente.
Le influenze e l’apoteosi Super Bowl
Inizia una carriera di successi che in pochi anni lo porta ai vertici delle classifiche di tutto il mondo. I suoi brani trionfano su Spotify; su YouTube arrivano milioni di visualizzazioni. Numerosi i riconoscimenti ricevuti in oltre vent’anni di musica. Un dato su tutti: è il terzo rapper della storia con il maggior numero di premi insieme a Kayne West e Jay-Z. Quest’ultimo con Eminem, DMX e Snoop Dogg, sono i quattro assi che lo hano ispirato.
Tra le sue influenze cita il trombettista Miles Davis, padrino del Jazz. Politicamente è vicino ai democratici: in passato ha appoggiato le candidature degli ex presidenti americani Obama e Joe Biden. Nel 2025 l’apice: è la star della 59ma edizione del Super Bowl. Segna il record di ascolti nella televisione americana: il suo halftime fa 133,5 milioni di spettatori. Straccia il record di Michael Jackson che resisteva dal 1993.
Lo stile Kendrick Lamar, maestro di narrazione
Secondo gran parte della critica Lamar è un maestro della narrazione. I suoi lavori sono quasi sempre dei concept album: vanno ascoltati dall’inizio alla fine per afferrarne il senso. L’artista riesce a far coesistere nei suoi brani una moltitudine di stili, e ad eccellere in tutti.
Bad Bunny ha un stile definito; Lamar invece esplora stili alternativi trovando la chiave per metterli insieme e nascono suoni unici. Billboard ha azzardato parlando di ‘lirismo’ nei brani di Kendrick Lamar. Con buona pace del rivale portoricano.