Quando la moda diventa arte | Il diavolo veste Prada 2 e il tema “Fashion is Art” del Met Gala 2026

Postato il 15 Aprile, 2026

Vent’anni dopo il suo esordio, Il Diavolo veste Prada torna al cinema. Il sequel arriva nelle sale italiane il 29 aprile 2026, qualche giorno prima degli Stati Uniti, dove uscirà il 1° maggio. Pochi giorni dopo, il 4 maggio, al Metropolitan Museum of Art di New York, si svolge il Met Gala, la notte della moda più attesa dell’anno. Quella in cui arte, abiti e spettacolo si incontrano sotto lo stesso tetto. Il film e l’evento si specchiano l’uno nell’altro, e insieme ci invitano a fare una domanda: dove finisce la moda e dove inizia l’arte?

Stando alle anticipazioni, la trama si svolge in un momento cruciale per il mondo dell’editoria: quello del suo lento ma inesorabile declino. Il patinato periodico Runway è in bilico, ma al suo vertice c’è sempre lei, Miranda Priestly. Il film non sarà quindi una semplice replica del primo capitolo: sarà una storia su chi comanda quando le regole del gioco sono cambiate.

Ritroviamo David Frankel dietro la macchina da presa e Aline Brosh McKenna che firma la sceneggiatura.

Il diavolo veste Prada 2: trama, cast e ritorno di Miranda Priestly

Il cast originale si riunisce: tornano Andy, Emily e Nigel. I volti sono gli stessi: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci.

Il tempo non perdona nessuno, nemmeno Miranda Priestly. Vent’anni dopo, la direttrice di Runway si trova a navigare un settore che non riconosce più: la carta stampata cede, i budget migrano, il potere cambia mani. E quelle mani appartengono ora a Emily Charlton, un tempo sua assistente, oggi dirigente di un gruppo del lusso che Runway non può permettersi di ignorare. Il film racconta questo ribaltamento: chi serviva ora detta le condizioni.

Andy Sachs torna a Runway, questa volta però, non più come assistente. Il potere, nel mondo di Miranda Priestly, ha cambiato indirizzo.

Il cast si allarga. Kenneth Branagh interpreta il nuovo marito di Miranda. Tra i volti inediti: Simone Ashley, Lucy Liu, Justin Theroux, B.J. Novak e Pauline Chalamet. Sul set milanese, tra i vicoli di Brera, è apparsa anche Lady Gaga. La popstar ha girato una scena nei pressi della Pinacoteca di Brera, durante la sfilata di Runway.

Nel primo film, Miranda ordinava ai suoi assistenti di chiamare Donatella per chiederle il jet privato. Vent’anni dopo, Donatella Versace è stata avvistata sul set milanese. Un cameo nei panni di se stessa, non ancora confermato. Ma l’eco di quella battuta risuona ancora, e la coincidenza è troppo perfetta per essere tale.

Runway e Vogue: Anna Wintour e l’origine reale del film

Runway: non è solo un magazine. È un’icona globale…”

Le parole di Nigel (Stanley Tucci) rendono l’idea di quanto il racconto di finzione tocchi la realtà più profonda del sistema-moda. La rivista fittizia è modellata su Vogue, e il personaggio di Miranda Priestly ha un’ispirazione dichiarata: Anna Wintour. A lei si deve la nascita del romanzo originale. Lauren Weisberger era la sua assistente e da quella esperienza ha tratto il libro da cui tutto è partito.

Nata a Londra nel 1949, Wintour assume la direzione di Vogue America nel 1988 e trasforma una rivista che molti ritenevano in declino in un impero culturale globale. Caschetto, occhiali scuri e stile inconfondibile: tutto è diventato simbolo di un potere assoluto. Nel 2017 la regina Elisabetta le ha conferito il titolo di Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico. Nel 2025, dopo 37 anni, ha lasciato la direzione di Vogue America, cedendo il timone a Chloé Malle. Una transizione che sembra scritta per fare da specchio alla trama del sequel. La realtà e la finzione si sfiorano: entrambe raccontano di un mondo della moda in piena trasformazione.

Il momento più emblematico della promozione del film non è avvenuto su un red carpet. Durante la Milano Fashion Week del settembre 2025, Meryl Streep si è presentata allo show di Dolce & Gabbana nei panni di Miranda Priestly — trench color nude, caschetto grigio-perla, occhiali bianchi. Seduta di fronte a lei: Anna Wintour. Le immagini dell’incontro tra le due hanno fatto il giro del web. Finzione e realtà si sono incontrate.

Il cortocircuito tra realtà e finzione esplode sul palco degli Oscar 2026. Anne Hathaway e Anna Wintour salgono insieme a consegnare il premio per il Miglior Costume. Wintour saluta Hathaway con un secco “Grazie, Emily” — il nome con cui Miranda chiama tutte le sue assistenti.

Met Gala 2026: il tema “Fashion is Art” e il ruolo di Anna Wintour

Il Metropolitan Museum of Art non è solo il più grande museo degli Stati Uniti. Cinquemila anni di storia dell’umanità che trovano casa su Fifth Avenue, a due passi da Central Park. Fondato nel 1870, oggi ospita oltre due milioni di opere suddivise in diciannove sezioni: dall’antico Egitto all’arte contemporanea, dalla Grecia classica alla moda.

Il legame tra Wintour e il Met Gala è una storia di visione. Dal 1995 guida la serata come co-chair e la trasforma da evento di raccolta fondi a uno degli appuntamenti culturali più attesi al mondo. Un riconoscimento concreto arriva nel 2014: il Metropolitan Museum of Art ribattezza Anna Wintour Costume Center l’ala che ospita la collezione del Costume Institute. Il Met Gala si svolge ogni anno il primo lunedì di maggio e apre la mostra primaverile del Costume Institute, la sezione del museo dedicata all’abito come oggetto culturale. Nel 2026 la mostra si intitola Costume Art e presenta quasi 400 oggetti: abiti e opere d’arte affiancati, per dimostrare che il corpo vestito è da sempre al centro della storia dell’arte.

Il Met Gala 2026 si terrà pochi giorni dopo il film. Il dress code scelto quest’anno è emblematico: Fashion is Art. Un titolo che in realtà certifica qualcosa che i grandi couturiers avevano già capito da tempo.

Moda e arte: un dialogo lungo secoli

La moda e l’arte si parlano da sempre. Non si tratta di imitazione: è un dialogo continuo, fatto di prestiti, risposte e provocazioni.

Elsa Schiaparelli e Salvador Dalí

Negli anni Trenta, Schiaparelli e Dalí lavorano insieme come complici. Il confine tra le due discipline scompare. L’abito con l’aragosta dipinta, il cappello-scarpa, la borsa a forma di telefono: oggetti surrealisti indossabili, dove il corpo diventa tela e la tela diventa corpo. Nessuno dei due chiede all’altro di restare nel proprio campo.

Mostra Schiaparelli al Victoria e Albert Museum
Mostra Schiaparelli al Victoria e Albert Museum

Christian Dior e l’impressionismo

Dior nasce a Granville, in Normandia, nel 1905, la stessa terra che aveva ispirato Monet e i grandi maestri impressionisti. Quella luce, quei giardini fioriti, quei paesaggi segnano la sua visione creativa fin dall’infanzia. Nel 1947 presenta il New Look, gonne ampie, vita stretta, silhouette a corolla, porta sulla passerella la donna-fiore degli impressionisti. Oltre a decorare i capi, fiori ispirano strutture e filosofia: sono il modo in cui Dior traduce in abito ciò che i pittori traducevano in colore.

Collezione Dior Primavera Estate 2023
Collezione Dior Primavera Estate 2023

Yves Saint Laurent e Mondrian

Nel 1965 Saint Laurent presenta un abito che tutti riconoscono ancora oggi: la geometria di Piet Mondrian applicata al corpo femminile. Niente decorazioni, niente ornamenti. Solo il colore come forma pura. In questo dialogo, l’abito cessa di essere indumento e si fa architettura cromatica. Con Saint Laurent, la geometria di Mondrian smette di essere pittura e diventa struttura, portando l’avanguardia fuori dai musei.

L'abito Piet Mondrian
L’abito Piet Mondrian

Versace e l’anima della Magna Grecia

Gianni Versace era calabrese e guardava all’antichità come a una fonte inesauribile di ispirazione. Il logo della medusa, ispirato alla Medusa Rondanini, reperto greco-romano di straordinaria potenza visiva, trasforma un’icona classica in marchio globale. Versace trasforma l’arte antica in seta, oro e stampe barocche.

L'iconico logo Medusa di Versace
L’iconico logo Medusa di Versace

Moschino e Andy Warhol

Franco Moschino costruisce la sua poetica sull’ironia pop. Il dialogo con Warhol è naturale: entrambi decostruiscono l’immagine del consumo, la moltiplicano, la rendono feticcio. La moda come critica della moda stessa. Moschino ragiona come lui, con gli stessi strumenti e la stessa irriverenza nei confronti del sistema che lo circonda.

Moschino - Collezione Primavera/Estate 2025
Moschino – Collezione Primavera/Estate 2025

Alexander McQueen e il surrealismo

McQueen guardava all’arte come a un repertorio di perturbazioni: le sue sfilate erano performance, i suoi abiti strumenti per interrogare il corpo e la bellezza violenta. Questa eredità rivive oggi attraverso Seán McGirr, che per l’abito di Lana Del Rey al Met Gala 2024 attinge alla fragilità tormentata delle sculture di Alberto Giacometti. In questo dialogo l’abito si fa struttura surrealista: un’architettura di rami e veli che, tra le calzature a zoccolo e il richiamo alle iconiche Armadillo Shoes, sembra sul punto di radicarsi nel suolo, celebrando una bellezza che è, prima di tutto, un’inquietudine visiva.

Dolce & Gabbana e i mosaici bizantini

Le radici siciliane di Domenico Dolce parlano attraverso ogni collezione del duo. Nel 2013 la passerella si trasforma in un luogo sacro: i mosaici del Duomo di Monreale diventano il punto di partenza per una riflessione sull’arte come devozione. Un atto di appartenenza culturale. La moda qui reinterpreta l’arte medievale, la porta fuori dalle navate di una chiesa normanna e dentro il presente.

Dolce & Gabbana collezione del 2013
Dolce & Gabbana collezione del 2013

Vivienne Westwood e la storia dell’arte come guardaroba

Westwood indossava l’arte. Ogni collezione era un viaggio nel tempo, dal settecento francese di Watteau e Boucher all’era vittoriana, dalla Grecia classica al Rococò. La collezione Pirate del 1981 segna la svolta: l’energia punk si evolve in una ricerca colta, ispirata alla pittura e alla storia del costume. Da quel momento, ogni sfilata diventa una narrazione visiva. La moda come atto intellettuale, come presa di posizione culturale. Westwood, scomparsa nel 2022, ha lasciato un’eredità che va ben oltre l’abito: ha dimostrato che vestirsi può essere un atto di pensiero.

Il bacio tra Denis Lewis e Susie Bick per la collezione
Il bacio tra Denis Lewis e Susie Bick per la collezione Portrait di Vivienne Westwood del 1990

Il corpo vestito: perché la moda è arte oggi

“Ciò che collega ogni dipartimento curatoriale e ogni singola galleria del museo è la moda, o il corpo vestito”, spiega Andrew Bolton, curatore del Costume Institute. Dal prossimo 10 maggio, la mostra Costume Art inaugura i nuovi, grandiosi spazi espositivi del Met. Il percorso attraversa 5.000 anni di storia per svelare il legame profondo tra abito e arte. Si assisterà a un dialogo tra marmi antichi e tagli d’avanguardia. Ogni accostamento sfida i canoni classici per raccontare le fragilità umane. Questa ricerca eleva l’abito ad un capolavoro vero e proprio, capace di modellare il corpo nelle sue varie sfumature.

Il dress code Fashion is Art trasforma gli ospiti in installazioni artistiche mobili lungo l’ingresso del Metropolitan. Aspettiamoci volumi audaci e visioni che portano la tela sulla pelle. Mentre le Co-Chair Beyoncé, Nicole Kidman e Venus Williams, insieme ad Anna Wintour, fanno gli onori di casa, l’eco di Il Diavolo veste Prada 2 sembra già osservare ogni dettaglio. Se la moda è arte, allora a Miranda Priestly rimane l’ultima parola. “Tutti vogliono questa vita”, diceva la regina di Runway: nel 2026, quel sogno uscirà dai quadri per sfilare sotto i riflettori.

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